Sotto un’estratto dell’intervista a Giorgio Armani su Vogue Italia di maggio.

Nel catalogo che accompagnava la mostra con cui nel 2000 il Guggenheim di New York rendeva omaggio a Giorgio Armani, un intero capitolo era dedicato al gender. Scriveva Suzy Menkes: «Per capire i risultati raggiunti da Armani, bisogna pensare a lui come all’anello di una catena che dall’introduzione del tailor-made nella Belle Époque continua fino a Gabrielle Chanel nel 1920-30 e a Yves Saint Laurent negli anni 60 e 70». Il riferimento, non a caso, è ai due couturier che hanno fatto la storia reimmaginando l’abito maschile a uso femminile. Se negli anni 80 e 90, nelle stanze del potere le donne si sentivano forti negli abiti firmati Armani, gli uomini non erano da meno, liberati dalla sua moda che permetteva di esprimere il loro côté più sensuale: la fodera dei loro abiti compassati era stata infatti eliminata, le stoffe rigide rimpiazzate da seta e cashmere drappeggiati morbidamente sui corpi. Armani è considerato come colui che ha radicalmente cambiato le regole della moda contemporanea, e in questo XXI secolo, in tema di gender, il suo codice genetico è rilevante più che mai. Come spiega in questa intervista esclusiva, pubblicata in due parti: su Vogue Italia per la moda femminile, e su L’Uomo per quanto riguarda il menswear. 

Cosa pensa dell’attuale conversazione sulla fluidità di genere?

Oggi tutto si gioca sul piano della comunicazione, e anche la moda cerca un tema da cavalcare. La parità dei sessi, che certo non si limita ai ruoli nella società, ma coinvolge i codici dell’abbigliamento, è un tema fondamentale, mi interessa fin da quando ho iniziato questo lavoro. Tanto da aver messo il blazer alle donne e realizzato giacche maschili con stoffe morbide e femminili. Conosco la questione. E allora, ben vengano l’apertura e la varietà di proposte. Solo, ho l’impressione che a volte, spinte dal desiderio di scioccare, le persone tendano ad andare troppo oltre, con esperimenti da passerella che finiscono poi per esaurirsi lì. Personalmente, continuo a guardare a come si veste la gente nella realtà, con il desiderio di creare qualcosa di efficace, anche esplorando un tema così delicato e complesso.

Uno scatto di Tom Munro del 2000 che ha raccontato l’elegante, aggraziata androginia della donna di Giorgio Armani nella mostra allestita al Guggenheim di New York.

La donna Armani è sempre stata forte, indipendente, eppure anche femminile, sensuale, aggraziata. Lei come la definirebbe?

Impegnata, volitiva, sicura di sé, capace di eccentricità e grazia. È una persona consapevole, che negli abiti cerca un completamento di sé e non più – i tempi sono cambiati! – un’uniforme da indossare per identificarsi nel suo ruolo sociale. Racchiude in sé la forza e la gentilezza di cui dicevamo all’inizio.

Fall/Winter 1979-80. Photograph by Aldo Fallai.

© Aldo Fallai

È stato indicato come il designer che ha dato potere alle donne in carriera, vestendole per il successo, per così dire, con il “power suit”.

Mi sono sempre ritenuto un rivoluzionario, e sicuramente con i miei abiti ho aiutato le donne in un momento storico fondamentale. Mi fa piacere che mi sia riconosciuto questo merito. Lo accetto, senza troppo gloriarmene.

Dopo le proteste contro l’establishment nei ’60, dopo il fiorire del movimento femminista, nei ’70 l’atteggiamento verso le rigide definizioni dei generi è cambiato.

Proprio così, e aggiungerei per fortuna. Il genere ha una valenza collettiva, dunque convenzionale e condivisa, pur mantenendo una dimensione profondamente intima. I movimenti di protesta di quel periodo hanno raggiunto degli obiettivi, e uno di questi di sicuro è la presa di coscienza del valore della libertà di espressione anche attraverso gli abiti. Cosa che indubbiamente ha influenzato la mia generazione.

Leggete l’intervista integrale a Giorgio Armani sul numero di maggio di Vogue Italia, in edicola.

Sotto un’estratto dell’intervista a Giorgio Armani su L’Uomo di maggio.

Spring/Summer 1989. Photograph by Aldo Fallai.

Lei ha rivoluzionato l’abbigliamento maschile con la sua giacca destrutturata. Da dove è nata l’ispirazione per eliminare le parti che rendevano costrittiva la sartorialità maschile?

Penso che il successo di un designer dipenda in larga parte dalla capacità di leggere il mondo circostante, percependone bisogni e trasformazioni. Gli anni Settanta, il periodo in cui ho iniziato il mio percorso, sono stati un momento di forte cambiamento in cui vedevo gli uomini alla ricerca di paludamenti meno rigidi e punitivi, e le donne alla ricerca di un’uniforme adatta ai nuovi ruoli. Nella mia mente tutto si è condensato nel blazer decostruito, perfetto per lui e per lei. Ero io, in effetti, uno di quei giovani uomini: le prime giacche le ho create per me. Ero sconfortato dagli abiti tradizionali: anche quelli fatti su misura mi facevano sentire vecchio anzitempo. Quando cominciai a disegnare, tutti gli uomini erano vestiti allo stesso modo. Che l’abito fosse un po’ più largo qui o attillato là, non cambiava granché: era impossibile distinguerli l’uno dall’altro. Ma io volevo personalizzare la giacca e per ottenere un effetto di naturalezza, ho alleggerito la struttura interna e l’ho trasformata in una seconda pelle, bellissima anche se stropicciata. Mia sorella e le sue amiche videro quelle giacche e cominciarono a indossarle. Il resto, come si suol dire, è storia. 

Liberando gli uomini dall’abbigliamento abbottonato e formale, lei ha permesso loro di esprimere un lato più sensuale tradizionalmente associato al genere femminile. All’epoca, le interessava liberare gli uomini allo stesso modo in cui, in precedenza, i designer avevano liberato le donne?

Il mio pensiero non era cosí apertamente e intenzionalmente politico, ma l’effetto è stato inevitabilmente questo. Gli abiti non sono mai neutri, perché la moda è il più potente e immediato specchio della società e dei suoi cambiamenti. Ho respirato lo spirito radicale e pionieristico del tempo, e l’ho espresso a modo mio. Dare agli uomini un guardaroba più morbido e più sciolto ha significato liberarli da una rappresentazione rigida e stereotipata dei loro ruoli. Anche questa è emancipazione.  

Realizzando capi dolcemente drappeggiati sul corpo maschile, lei ha messo al centro dell’attenzione il fisico maschile in un momento in cui la cultura del fitness era in pieno boom.

Ogni epoca ha il suo corpo, inconfondibile, perché sono gli ideali a plasmarlo. C’è il fisico allungato e dal torace stretto degli anni Trenta, ad esempio, o quello vitaminizzato dei Cinquanta. Il corpo degli anni Ottanta era  quello modellato dall’attività fisica: sano, sensuale, atletico. Io l’ho certamente esaltato, con la morbidezza della mia moda, perché il corpo forgiato dal fitness dentro abiti sartoriali tradizionali e rigidi è ridicolo. 

Leggete l’intervista integrale a Giorgio Armani sul numero di maggio de L’Uomo, in edicola.

Spring/Summer 1992. Photograph by Aldo Fallai



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